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Caffè e microbiota intestinale: cosa cambia anche senza caffeina?

Andrea De Gol·Infermiere di sala operatoria··11 min di lettura

Per forme, dosi e limiti la scheda di riferimento è Caffeina.

Illustrazione editoriale per Caffè e microbiota intestinale: cosa cambia anche senza caffeina?
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Punti chiave

  • Solo l'ultima fase dello studio è randomizzata: 14 giorni senza caffè, poi 21 giorni di caffè caffeinato o decaffeinato.
  • Alcuni batteri fecali cambiano con il caffè anche senza caffeina. Non è una prova che il microbiota diventi più sano.
  • L'IL-6 più bassa è un risultato su sangue stimolato in laboratorio, non una riduzione dell'infiammazione nell'organismo.
  • I bevitori abituali erano più impulsivi. La memoria al basale era simile, e il GABA misurato è quello delle feci.

Si parla quasi sempre di caffeina: quanto ne resta in tazza e se toglie il sonno. Il caffè, però, è una miscela. Oltre all'alcaloide ci sono acidi clorogenici, altri polifenoli, diterpeni e melanoidine di tostatura. Una parte arriva all'intestino e i microbi possono trasformarla prima che entri in circolo.

Il 21 aprile 2026 Nature Communications ha pubblicato uno studio di Serena Boscaini, John Cryan e colleghi, tra l'APC Microbiome Ireland di Cork e il gruppo di Parma sui polifenoli. Hanno chiesto se il caffè, in adulti sani, sposti microbiota, metaboliti, risposta immunitaria e alcuni test cognitivi, e se quei movimenti dipendano dalla caffeina. Il testo è open access (Nature Communications) [1]. È un lavoro piccolo, in parte osservazionale e in parte sperimentale.

In breve

In breve
  • Il confronto iniziale è tra 31 bevitori abituali e 31 non bevitori. Solo dopo, i bevitori sospendono il caffè per 14 giorni e vengono assegnati, in doppio cieco, a caffè caffeinato o decaffeinato per 21 giorni.
  • Nel microbiota le differenze più nette riguardano ceppi specifici, non una «diversità più sana». Cryptobacterium curtum e alcune Eggerthella sono più abbondanti nei bevitori. Con la reintroduzione, alcuni spostamenti compaiono sia col caffè normale sia col decaffeinato.
  • L'IL-6 più bassa è stata misurata nel sangue stimolato in laboratorio, non come infiammazione dell'organismo intero. Il paper non riporta una riduzione percentuale dell'infiammazione.
  • I bevitori abituali riferivano più impulsività e reattività emotiva. La memoria episodica al basale era simile. Il GABA misurato è quello delle feci, non quello del cervello.

Il caffè è molto più della caffeina

La caffeina è la molecola che tiene svegli. Gli acidi clorogenici sono polifenoli: una quota si assorbe presto, un'altra arriva al colon e i microbi la spezzano in acidi fenolici più piccoli. Quei metaboliti non sono la caffeina di partenza. Due caffè con la stessa caffeina possono non lasciare la stessa impronta, perché la disponibilità dei polifenoli varia da persona a persona [1].

Un lavoro su decine di migliaia di persone ha trovato un'associazione riproducibile tra caffè e Lawsonibacter asaccharolyticus, con un legame che passa anche dall'acido chinico [2]. È un'associazione grande, non l'esperimento di Cork, e non dice che quel batterio sia utile. Il caffè non è un probiotico: se c'è un effetto, è sulla comunità già presente. La distinzione è quella tra probiotici, prebiotici e postbiotici.

Come è stato condotto lo studio

Come è stato condotto lo studio

Lo studio ha tre fasi, e solo l'ultima è un esperimento randomizzato [1].

Al basale hanno confrontato 31 persone che non bevevano caffè con 31 bevitori moderati, nello studio chi ne consuma di solito da 3 a 5 tazze al giorno. È un confronto trasversale. Dieta, indice di massa corporea, pressione, stress, ansia, sintomi intestinali, sonno e attività fisica non differivano in modo rilevante. I bevitori assumevano più caffeina. Le donne erano la maggioranza. I non bevitori non sono entrati nelle fasi successive.

Poi i 31 bevitori hanno sospeso ogni tipo di caffè per 14 giorni. Infine sono stati randomizzati a blocchi, stratificando per sesso, in un disegno parallelo in doppio cieco: 16 hanno ripreso caffè caffeinato e 15 decaffeinato, per 21 giorni. L'esito primario era la composizione e la funzione del microbiota. Metaboliti microbici e metaboliti del caffè erano secondari. I protocolli sono NCT05927038 e NCT05927103.

FasePartecipantiDurataChe tipo di evidenza è
Confronto iniziale31 bevitori e 31 non bevitoriuna visita di basaleosservazionale
Astensionesolo i 31 bevitori14 giorniprima e dopo, senza un gruppo parallelo
Reintroduzione16 caffè caffeinato, 15 decaffeinato21 giornisperimentale, randomizzata, in doppio cieco

Gli autori scrivono che il campione può non avere la potenza per effetti piccoli su esiti diversi dal microbiota.

Cosa cambia nel microbiota intestinale

Il dato non è «più diversità, quindi più salute». La diversità alfa era diversa tra bevitori e non bevitori al basale, ma dentro i bevitori non si spostava in modo significativo dopo l'astensione né dopo la reintroduzione. Il caffè, in questo campione, sembra toccare ceppi specifici più che ridisegnare l'intera comunità [1].

Rispetto ai bevitori, nelle feci dei non bevitori erano meno abbondanti Cryptobacterium curtum, Eggerthella sp. CAG:209, un secondo membro dello stesso genere e il genoma catalogato come Firmicutes CAG:94. Erano invece più abbondanti Veillonella parvula, Veillonella sp. ACP1 e Haemophilus parainfluenzae.

Nessuno di questi nomi va letto come un probiotico o come un patogeno. Lo studio misura abbondanza relativa, non se quei ceppi proteggano la mucosa.

Durante i 14 giorni senza caffè, Cryptobacterium curtum scendeva nei bevitori, in tre momenti successivi. È il movimento più chiaro dell'astensione: più alto quando il caffè c'è, più basso quando si toglie.

Anche il decaffeinato modifica il microbiota?

Sì, almeno in parte. Alla reintroduzione, i ceppi che distinguevano i gruppi si muovevano nel tempo sia con il caffè caffeinato sia con il decaffeinato. Al giorno 21 compariva un aumento di Veillonella sp. ACP1 in entrambi i bracci. Veillonella parvula saliva in modo significativo nel gruppo decaffeinato, non in quello caffeinato [1].

La lettura più sobria è che qualcosa nel caffè, oltre alla caffeina, basta a spostare alcuni microbi in tre settimane. I polifenoli sono il candidato più plausibile, non la causa isolata. I diari mostrano più acidi fenolici, soprattutto idrossicinnamici, nei bevitori; quell'apporto scende con l'astensione e risale con entrambi i caffè. Nelle urine, oltre ai metaboliti della caffeina, i bevitori avevano più metaboliti fenolici. Il disegno non somministra un acido clorogenico purificato e non può dire quale composto conti di più.

Anche i metaboliti fecali raccontano una storia mista. Nei bevitori c'erano più caffeina, teofillina, 1,7-dimetilxantina e acido ippurico. Erano invece più bassi l'acido indolo-3-propionico, l'indolo-3-carbossialdeide e il GABA. I primi due sono metaboliti del triptofano, spesso di origine microbica. Il GABA qui è quello delle feci: non è il GABA del cervello, e un valore più basso non descrive ansia o inibizione cerebrale. Parte di questi metaboliti si riavvicinava dopo due settimane di astensione. Non è la prova che il microbiota torni identico in chiunque smetta.

Caffè, IL-6 e risposta immunitaria

L'interleuchina-6 è una citochina che le cellule immunitarie rilasciano quando ricevono un segnale di allarme. Un valore di IL-6 non è, da solo, l'infiammazione di una persona: conta dove si misura e se il campione è stato stimolato.

Nello studio il sangue intero è stato stimolato in laboratorio con LPS, un componente batterico che attiva il recettore TLR4. È un esperimento ex vivo: le cellule restano quelle del volontario, ma la provocazione avviene fuori dal corpo. Al basale, il sangue dei non bevitori produceva un aumento di IL-6 maggiore di quello dei bevitori. Dopo due settimane senza caffè, la secrezione di IL-6 stimolata risaliva. Alla fine della reintroduzione, sia il gruppo caffeinato sia il decaffeinato mostravano meno IL-6 dopo lo stimolo rispetto a prima dell'intervento [1].

Questo non è una riduzione dell'infiammazione nell'organismo. Il paper non riporta una percentuale del genere. La differenza riguarda la produzione di IL-6 in una condizione sperimentale precisa. Nel plasma il quadro è meno lineare: PCR più bassa e IL-10 più alta nei bevitori al basale; con l'astensione salivano PCR e TNF-alfa; alla reintroduzione il decaffeinato si accompagnava a PCR e TNF-alfa più alti, il caffè con caffeina a IL-6 e IL-10 più basse. I marcatori non vanno tutti nella stessa direzione, e nessuno è un esito clinico.

Cosa misura, qui, l'IL-6

Il test dice quanto il sangue risponde, in provetta, a un allarme batterico. Può indicare che composti non caffeinici modificano quella reattività. Non misura infezioni, dolore o un rischio di malattia.

L'asse intestino-cervello: memoria, GABA e comportamento

L'asse intestino-cervello è il dialogo tra microbi, metaboliti, nervo vago e circuito nervoso. Un cambiamento nelle feci non equivale a un effetto sul cervello.

Al basale, i bevitori avevano più impulsività (scala UPPS-P, inclusa la ricerca di sensazioni) e più reattività emotiva. Non è un effetto favorevole. Dopo 14 giorni senza caffè quei punteggi scendevano. Con la reintroduzione, impulsività e stress percepito calavano in entrambi i gruppi. Ansia e disagio psicologico calavano in modo più chiaro con la caffeina. Il decaffeinato si accompagnava a meno intensità emotiva e anche a più sonnolenza e fatica: togliere la caffeina si sente, anche se il microbiota si muove lo stesso [1].

Sulla memoria, abstract e risultati non dicono la stessa cosa. L'abstract attribuisce prestazioni migliori ai non bevitori. Al test ModRey, al basale, i due gruppi erano invece simili. Poi alcuni miglioramenti, e meno errori a un test di apprendimento, comparivano solo nel gruppo decaffeinato. Gli autori ricordano un possibile effetto di apprendimento del test, e anche sonno e attività fisica. Non è la prova che il decaffeinato protegga il cervello. Un modello statistico collega nove metaboliti, tra cui teofillina, caffeina e alcuni acidi fenolici, a specie microbiche e ai test. Sono associazioni, dopo correzione di Benjamini-Hochberg, non un circuito dimostrato. Misure di poche settimane, in adulti sani, non descrivono la tenuta della memoria nel tempo.

Quali sono i limiti dello studio

Il campione è di 62 adulti sani al basale e di 31 nella fase che distingue caffeina e decaffeinato, divisi in 16 e 15. Tre settimane di reintroduzione non dicono che cosa succede in un anno. Il confronto fra bevitori e non bevitori resta osservazionale: chi beve caffè può avere altri ritmi, anche se i diari alimentari erano simili.

Mancano misure dirette del transito intestinale, che il caffè può accelerare e che a sua volta può cambiare il microbiota. Gli autori hanno usato la scala di Bristol e lo dichiarano. Le analisi sono molte, lo studio è pensato soprattutto per l'esito microbiologico, e può non vedere effetti piccoli sugli altri esiti. Non ci sono endpoint clinici a lungo termine.

Il finanziamento è dell'Institute for Scientific Information on Coffee (ISIC), ente legato al settore del caffè. John Cryan e Gerard Clarke dichiarano rapporti con aziende alimentari e del microbiota, tra cui finanziamenti di ricerca da Nestlé. Un finanziatore industriale non cancella i dati, ma la domanda interessa anche chi vende caffè.

Cosa significa nella pratica

Il decaffeinato, in queste tre settimane, muove microbiota e IL-6 stimolata anche senza caffeina. Non è una terapia intestinale. Il caffè si associa a un profilo microbico riconoscibile, qui e in coorti molto più grandi [2]. L'associazione non dice che ogni tazza in più migliori l'intestino.

Non possiamo chiamare il caffè antinfiammatorio sulla base di questo lavoro. L'IL-6 stimolata scende; altri marcatori, col decaffeinato, salgono. Sono letture di laboratorio.

Modificare il microbiota non significa migliorarlo. Allo stesso modo, una risposta diversa delle cellule immunitarie in provetta non dimostra un beneficio per la salute. Per stabilire se questi cambiamenti contino servono studi più ampi, più lunghi e progettati su esiti concreti: sintomi, malattie, sonno, funzione cognitiva nel tempo. Vale per il caffè come per molti integratori.

Se la caffeina disturba il sonno, il decaffeinato riduce drasticamente l'apporto, senza eliminarlo del tutto, e in questo studio conserva parte dei segnali su microbi e IL-6. Una dose di 400 mg di caffeina, presa anche sei ore prima di dormire, peggiora il sonno rispetto al placebo [3]. È una dose alta: l'EFSA indica che un'assunzione abituale fino a 400 mg al giorno, da tutte le fonti, non desta preoccupazioni di sicurezza per un adulto sano non in gravidanza. La singola dose di riferimento è 200 mg. In gravidanza il riferimento è 200 mg al giorno. Sono limiti di sicurezza della caffeina, non del microbiota. Il sonno, e il confronto con altri approcci come la L-teanina, è un'altra domanda, trattata nella guida sugli integratori per dormire.

Bere più caffè non è, da questo studio, una strategia per l'intestino. I bevitori erano già nella fascia di 3-5 tazze e nessun braccio ha testato un aumento delle tazze come cura. Una rassegna di ha trovato, in studi soprattutto osservazionali, associazioni più spesso favorevoli che sfavorevoli, con stime di rischio più basse intorno a tre-quattro tazze al giorno per mortalità e alcuni esiti cardiovascolari [4]. Sono associazioni di popolazione, non l'effetto del microbiota misurato a Cork.

Cosa non possiamo concludere

  • Che il caffè riprogrammi il microbiota o lo renda più sano.
  • Che i polifenoli siano l'unica causa dei cambiamenti osservati.
  • Che il decaffeinato dimezzi l'infiammazione, o che l'IL-6 in provetta sia un beneficio clinico.
  • Che il GABA fecale descriva il GABA cerebrale.
  • Che tre tazze migliorino la memoria o proteggano il cervello.
  • Che i non bevitori debbano iniziare a bere caffè per l'intestino.

Conclusioni

Il caffè è una miscela, e la caffeina è solo la molecola più famosa. In adulti sani, chi lo beve ha un microbiota fecale diverso da chi non lo beve, e parte di quel profilo si muove anche quando il caffè che torna in tazza è decaffeinato. Diverso non vuol dire migliore. Un ceppo più abbondante non è, da solo, un intestino più sano: lo studio non misura sintomi, barriera intestinale o malattie.

Lo stesso scarto vale per l'IL-6. Dopo uno stimolo in provetta la produzione cambia, anche senza caffeina. È un effetto biologico misurabile. Non è un beneficio clinico. PCR e TNF-alfa, per di più, non confermano quella direzione. Per sapere se questi spostamenti contino per la salute servono studi più ampi, più lunghi e costruiti su esiti concreti.

Il resto non va tutto nello stesso senso. Impulsività e reattività emotiva erano più alte nei bevitori abituali. La memoria episodica al basale non separava i gruppi. I metaboliti indolici e il GABA fecale più bassi non sono, da soli, una buona notizia. Tre settimane, quindici persone per braccio e un finanziamento del settore non chiudono la domanda. Si può dire che gli effetti del caffè non si riducono alla caffeina. Non si può ancora dire per chi, per quanto tempo, e con quale beneficio.

Chi scrive

Andrea De Gol

Infermiere di sala operatoria

Infermiere di sala operatoria e fondatore di MyStackLabs. Studia integratori alimentari e medicina basata sulle evidenze applicando alla divulgazione scientifica lo stesso rigore richiesto dalla pratica clinica in sala operatoria.

Domande frequenti

Nello studio del 2026, dopo 14 giorni di astensione, tre settimane di caffè decaffeinato spostavano alcuni ceppi fecali in modo simile al caffè caffeinato. Il campione è di 15 persone. Non dimostra che l'effetto sia utile, né che dipenda solo dai polifenoli.

Il paper non lo dimostra come beneficio clinico. Nel sangue stimolato con un componente batterico, la produzione di IL-6 era più bassa nei bevitori e calava sia con il caffè caffeinato sia con il decaffeinato. Altri marcatori, come PCR e TNF-alfa, non andavano tutti nella stessa direzione.

No, non si può dirlo da questo studio. I bevitori consumavano già circa 3-5 tazze al giorno e sono stati confrontati con chi non ne beveva. Non c'è un esperimento in cui aumentare le tazze curi un disturbo intestinale.

No. Il GABA più basso nei bevitori è una misura fecale. Non corrisponde al GABA cerebrale e non spiega, da solo, impulsività o memoria.

Per il sonno, di solito sì: una dose alta di caffeina disturba il sonno anche se presa sei ore prima. Il decaffeinato riduce drasticamente l'apporto di caffeina, senza eliminarlo necessariamente, e in questo studio conserva parte degli effetti su microbi e IL-6. Non è un trattamento per l'intestino o per la memoria.

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Riferimenti scientifici

Studi citati nel testo, in ordine di apparizione.

  1. 1

    Boscaini S, Bastiaanssen TFS, Moloney GM, et al. (2026). Habitual coffee intake shapes the gut microbiome and modifies host physiology and cognition. Nature Communications

    Articolo originale

    Studio su 31 bevitori e 31 non bevitori, poi 14 giorni di astensione e 21 giorni di reintroduzione randomizzata di caffè caffeinato o decaffeinato. Microbiota e metaboliti cambiano in parte anche senza caffeina. Nel testo del paper il genere Veillonella è trascritto «Velonella». Finanziato dall'ISIC.

    Visualizza su PubMed →
  2. 2

    Manghi P, Bhosle A, Wang K, et al. (2024). Coffee consumption is associated with intestinal Lawsonibacter asaccharolyticus abundance and prevalence across multiple cohorts. Nature Microbiology

    Articolo originale

    Analisi multi-coorte: il legame tra caffè e microbioma è riproducibile e in larga parte legato a Lawsonibacter asaccharolyticus. È un'associazione, distinta dai ceppi misurati nello studio di Cork.

    Visualizza su PubMed →
  3. 3

    Drake C, Roehrs T, Shambroom J, Roth T (2013). Caffeine effects on sleep taken 0, 3, or 6 hours before going to bed. Journal of Clinical Sleep Medicine

    RCT

    400 mg di caffeina presi al momento di dormire, 3 ore prima o 6 ore prima, disturbano il sonno rispetto al placebo. Riguarda la caffeina, non il decaffeinato né il microbiota.

    Visualizza su PubMed →
  4. 4

    Poole R, Kennedy OJ, Roderick P, Fallowfield JA, Hayes PC, Parkes J (2017). Coffee consumption and health: umbrella review of meta-analyses of multiple health outcomes. BMJ

    Meta-analisi

    Rassegna di meta-analisi: il consumo di caffè risulta più spesso associato a beneficio che a danno, con stime osservazionali più favorevoli intorno a tre-quattro tazze al giorno per alcuni esiti. Non è uno studio sul microbiota.

    Visualizza su PubMed →

Nota editoriale

Lo studio principale è finanziato dall'Institute for Scientific Information on Coffee (ISIC). John Cryan e Gerard Clarke dichiarano rapporti con aziende alimentari e del microbiota, inclusi finanziamenti di ricerca da Nestlé. Il dato sull'IL-6 è ex vivo: nel paper non compare una riduzione percentuale dell'infiammazione sistemica.

Questo articolo ha scopo informativo. Non sostituisce il parere di un medico. Non indica quante tazze bere né un protocollo per modificare il microbiota.